MATTIA TARANTINO, “Se giuri sull’arca”
(Fallone, 2024)
Nota di Giansalvo Pio Fortunato

Una forza infantile muove Se giuri sull’arca (Fallone, 2024). Una forza infantile che argomenta la riproposizione ludica del mondo, quasi come al contratto implicitamente segnato che rende il bambino pluripotente rispetto al reale. Ogni bambino, infatti, certamente non punta al rispecchiamento, ma – consapevolmente – si sfrega compulsivo nella riproiezione del mondo. E dall’istinto spiccato dei bimbi giocosi fuoriescono evidenze tanto allucinatorie, quanto calzanti.

Dinanzi a Se giuri sull’arca le possibilità di interazione sono praticamente due: rispondere al gioco, entrando nello stesso coefficiente di realtà, o rimanere seduti sul muro nell’attesa che si delineino specificamente i ruoli del gioco per poi capire, quindi, fin dove e fin quando sia possibile prevedere l’esito. Non nego di essere stato profondamente tentato dalla prima scelta, perché la dirompenza di quest’ultimo poema di Mattia Tarantino è assolutamente straordinaria. Assumere questa posizione, tuttavia, significava entrare in un circolo vizioso e capzioso. Rientriamo nello scenario del gioco: acconsento a nascondermi e, acconsentendo a nascondermi, do per assunte le implicazioni regolanti. Del tipo: geografia del cortile o del campo, persona che conta, comandi per la “tana”, versi silenziosi per allearsi nella vittoria, definizione della vittoria. Chi sta fuori, sul muretto, può cogliere queste implicature solo tramite un contatto diretto con la dinamica di gioco. Privato di questa, è ovviamente perduto. Avrei potuto, quindi, entrare nel gioco: raccogliere il cosmo simbolico, costruire il mio tangente cosmo simbolico e lasciare indietro tutto il resto. Avrei potuto farmi pervadere dalla stessa eccezionalità ritmica e significativa. Avrei potuto anch’io calarmi nell’arca al contrario. Cosa ne sarebbe venuto, tuttavia?

Raramente, infatti, un libro di poesia è in grado di rapire e devastare al punto da rispondere a questa chiamata, a questa iniziazione liturgica, con una modalità totalmente afferente: con altri segni liturgici. E siamo, allora, nuovamente nel gioco. Da autore non mi accontento di commentare il trasbordo recitativo di Se giuri sull’arca. Se un lettore, infatti, è indirizzato nel recitativo (puntualmente richiamato dal testo), c’è tutto uno stimolo rapsodico che offre ad un autore la possibilità di rimescolare questo stato d’esistenza in una cosmica ridesignazione del mondo ricevuto. Fa gioco (nel duplice significato del termine), anzitutto, il non luogo: quella spazialità ermeneutica nebbiosa ed ancestrale che ipertrofizza la costituzione “narrativa” e significativa, per offrire un’empatia non costretta. Immediata, piuttosto. Così come fa gioco la generosità stilistica di Mattia Tarantino che, rispondendo alle sue ultime ricerche, pialla il suo mondo segnico attorno ad una prosa ben congegnata e grazie ad una dialogica coreutica radente, minuziosa nel suo assolvere all’interazione. In quanto poema della consegna (non prosimetro, perché è evidente la strutturazione ritmica e connotativa), credo si siano raccolti tutti i gambi di una procedura poetica tipicamente “tarantiana”, svoltanti, tuttavia, in una nuova veste: quella programmatica.

E così, si narrano due storie: la storia dei viaggiatori del mondo dell’arca e la storia del viaggio dell’arca. Storie che, almeno in supposizione, dovrebbero coincidere. Ma che, in Se giuri sull’arca, sono coincidenti fino ad un certo punto. Mattia Tarantino fa consapevolmente meta-poesia, riuscendo anzitutto a risolvere con furente e ben dosato simbolismo l’esperienza poetica. Preciso: l’esperienza poetica tutta. Il mondo dell’arca è un mondo ovvio: non originale. Quantomeno per chi si interroga su una plausibilità dell’epistemologia in poesia. L’oasi rispetto all’altrove, il ribaltamento dell’arca e la fauna conseguente, la corsa al villaggio, la dimora nella terra degli uccelli, il loro anfibio gorgheggio, l’aria atmosferica, sono ipostatizzazioni pregiatissime della nominazione genetico-genealogica del mondo. Quando viene inventata una nuova lingua, questa è sempre semi-originale, perché la costituzione esperienziale e di linguaggio resta costantemente ancorata alla lingua ereditata (in primis) e poi, soprattutto, all’attribuzione ritentiva dei significati costitutivi. Un simile passaggio Mattia Tarantino lo conosce perfettamente e lo attualizza fino all’iperbole dell’eterodossa significatività segnica.

Questo – piccolo inciso – per evitare lo specchietto per le allodole posto in Sciababàb : l’esperimento meta-poetico più pervasivo. La convenzionalizzazione dei significati è, infatti, assolutamente inevitabile, pur nell’intento di distruggere la relazione serratissima ed univoca tra significato e significatività. È convenzionalizzazione per l’autore stesso. È prova di forza, tuttavia, per il lettore. Tarantino costruisce un immaginario, entifica (privando questo verbo di tutta la metafisica del caso) una mondanità non rappresentazionale, non denotata, ed assolve al mandato analiticamente poetico: stressare le lingue, arrivando al trascendimento del linguaggio. È, dunque, un dionisiaco non apollineo: la carnalità dei significati e l’idealità dei suoni irrompono e connotano.

Tuttavia, è viaggio dei viaggiatori nel mondo dell’arca. I personaggi, i luoghi, gli archetipi, le sapienzialità sono certamente ancestrali (altro specchietto per le allodole); dunque profondamente rizomatiche. Il mondo di Se giuri sull’arca è orizzontale, trasversale: capace, cioè, di guardare alla comunanza poetica ampia con la forza di un’unica radice pervasiva. E sembra di essere nel liquido amniotico, così come qualcuno ha già fatto notare. E sembra di essere nel “graffio dell’ombra”, col moto dirompente del residuo sacrale, della vita oltre l’autosufficienza, oltre la destrezza del riconosciuto, oltre il muro pietoso del villaggio centrato e difeso. Il tutto, ovviamente, in una sacrosanta gradualità: l’atto di polizia poetica viene fatto saltare in aria, per avere viaggianti controllori tra incensi e brindisi: compagni, più che sorveglianti del confine. Lo stesso richiamo costruttivo è dinamico: alfabeti e numerologia divengono problema dell’altrove.

Quale sia questo altrove credo sia il vero obiettivo dell’arca. Un problema identificativo irrisolto: ma è questa, in fondo, la sua potenza!

La soluzione è, infatti, distopica: risiede nella medietà dello stare nei mondi o in quella selva ardita che racchiude una significatività alternativa, una dimensione di elaborazione e di sentire che vive negli abbordaggi, nella transitorietà, nel celeste nomadismo. Tarantino si fa portavoce di un immaginario genealogico che appartiene all’eredità che la poesia contemporanea sta perseguendo con una costanza imponente, aggiungendo un passo alternativo e successivo: proclamare, programmaticamente, la liberazione dall’univocità del senso e, con essa, la restituzione ereditiera di un dialogo con un mondo più trofico. Più che di argilla, dunque, la Genesi di Tarantino è di aria: aria densissima, della coltre suprema di una riprogrammazione archetipica che si consacra nell’inter-soggettività dei corpi e delle storie.

Siamo grati a Se giuri sull’arca per questa iniziazione liturgica, capace di rendere il non rendibile, capace di raccogliere quel mutismo che è altra voce nel tempo. Raccogliamo con Mattia la macchinazione ponderata della decostruzione primigenia. Una macchinazione che chiede di stare al gioco, consapevole che lì il mondo sia più schietto!

 

 

 

Ph. Alessandro Durso
Ph. Alessandro Durso

Mattia Tarantino (Napoli, 2001) dirige Inverso – Giornale di poesia e fa parte della redazione di Atelier. Collabora con numerose riviste, in Italia e all’estero, tra cui Buenos Aires Poetry. Per i suoi versi, tradotti in più di dieci lingue, ha vinto diversi premi. Ha tradotto Verso Carcassonne (2022) e Poema della fine (2020). Tra i suoi ultimi volumi Se giuri sull’arca (2024) e  L’età dell’uva (2021).