Presentiamo Ivana Babić, poetessa e pittrice serba da anni residente a Milano, autrice della silloge Tra i mondi appena uscita per la casa editrice Gattomerlino. La ringraziamo per la sua disponibilità a rispondere a qualche domanda sulla genesi di un’opera che attraversa confini geografici e linguistici per farsi indagine metafisica. In questo dialogo, l’autrice riflette sulla contaminazione tra pittura e parola, rivelando le radici profonde della sua espressione artistica.
Dalla scarna nota biografica del tuo libro, ho letto che hai trascorso l’infanzia a Sarajevo. Che ricordi hai di quella città?
Ho vissuto a Sarajevo fino all’età di tredici anni, prima che lo scoppio della guerra nei Balcani ci costringesse a fuggire e a trasferirci a Belgrado.
I miei ricordi di quella città appartengono a un tempo di pace, di convivenza naturale, in cui la diversità non era un problema ma una condizione quotidiana dell’esistere.
Sarajevo era per me un luogo di armonia silenziosa: le primavere colme di fiori d’acacia sui pendii del Trebević, il profumo dei tigli nelle sere estive, la musica che usciva dai caffè di Baščaršija nelle giornate d’autunno, la neve alta d’inverno, quando da bambini scivolavamo con le slitte lungo le strade ripide.
Era un mondo in cui la bellezza non aveva bisogno di essere nominata, perché faceva parte della vita.
Qualche anno dopo, quei valori si sarebbero ribaltati brutalmente. Tutto ciò che appariva umano, condiviso, nobile, venne travolto dal vortice della guerra. Nessuno allora poteva immaginare quale destino ci attendesse.
Di Sarajevo mi sono rimasti soprattutto i ricordi, ma non come nostalgia: piuttosto come una traccia interiore, un barlume di fiducia nella possibilità di un’umanità diversa. Forse è anche da lì che nasce la mia attenzione per gli spazi di confine, per ciò che resiste sotto la superficie della storia.
La tua dimensione artistica si esprime anche nella sfera dell’arte figurativa (nel libro compare il quadro che condivide lo stesso titolo dell’intera silloge e di una singola lirica). Che relazione hanno questi due mondi, queste due modalità della tua espressione artistica?
Per me poesia e pittura non sono mondi separati, ma due linguaggi diversi per dire la stessa esperienza.
Nascono entrambe da un luogo invisibile, da una soglia interiore in cui qualcosa chiede di prendere forma.
A volte un’immagine genera una poesia, altre volte una poesia diventa immagine. Molti testi della raccolta sono nati due volte: prima come parola, poi come pittura. Non si illustrano a vicenda, ma si rispecchiano, come due traduzioni dello stesso nucleo emotivo.
La poesia lavora con il tempo e il silenzio, la pittura con lo spazio e la materia. Ma entrambe cercano di rendere visibile ciò che non ha forma: stati dell’essere, memorie profonde, archetipi.
In questo senso, scrivere e dipingere per me sono atti di attraversamento: modi per stare “tra i mondi”, tra visibile e invisibile.
Quali sono i poeti che ritieni più vicini al tuo mondo poetico o ai quali credi di esserti ispirata o che hanno avuto un rilevante peso specifico nella tua formazione?
Tra i poeti che hanno avuto un peso importante nella mia formazione sento molto vicini Vasko Popa (poeta serbo) ed Emily Dickinson (poeta statunitense).
In Popa ho sempre sentito una forza archetipica, una poesia essenziale, capace di evocare mondi primordiali con pochissime parole. Il suo modo di lavorare sul mito, sulla figura, sul simbolo, ha influenzato profondamente il mio sguardo poetico.
In Dickinson, invece, mi ha sempre colpita la capacità di aprire abissi interiori attraverso una lingua apparentemente semplice. La sua attenzione all’invisibile, al non detto, al margine, risuona molto con il mio modo di intendere la poesia come spazio di rivelazione silenziosa.
Mi è sembrato di trovare qualche consonanza tra il tuo mondo poetico e quello di Nikola Šop, croato di Bosnia ma maestro della “metafisica balcanica”. Nella tua raccolta ho scorto la stessa ricerca di “uno spazio liminale” nel quale l’io lirico si spoglia di ogni riferimento concreto per trasformarsi in una realtà al di fuori dalla cronaca e da ogni concreta ambientazione geografica. Sei d’accordo?
La poesia di Nikola Šop ha saputo creare uno spazio poetico rarefatto, sospeso, in cui l’io lirico si libera dalla cronaca e dalla geografia per diventare presenza, interrogazione, soglia. Anche nella mia scrittura cerco uno spazio di sospensione, in cui la voce poetica non racconta eventi, ma stati dell’essere. Un luogo in cui il tempo si dilata, i riferimenti concreti si dissolvono, e ciò che resta è un incontro: con l’essenziale, con l’ignoto, con qualcosa che precede il linguaggio.Non si tratta di evasione dal reale, ma di uno sguardo che scende sotto la superficie, là dove l’esperienza umana diventa universale.
Il titolo Tra i mondi sembra alludere sia alla tua capacità di esprimerti sia nel mondo figurativo che in quello poetico, così come alla tua “ubiquità” legata anche al tuo trasferimento in Italia, paese dove vivi ormai da parecchio tempo. Nel libro non compare il nome di un traduttore, se ne deduce quindi che sei stata tu stessa a tradurti in italiano. In cosa secondo te si differenziano (se si differenziano) le due versioni, quella serba e quella italiana?
Essere io stessa la traduttrice dei miei testi è stato un atto molto delicato. Non ho cercato una traduzione letterale, ma una fedeltà più profonda: quella al ritmo interiore del testo.
Il serbo è la lingua delle origini, più viscerale, più legata al corpo e alla memoria. È una lingua fortemente sonora, ricca di parole onomatopeiche, con un sistema vocalico essenziale, che tende alla concentrazione e all’urto del suono.
L’italiano, che è diventato negli anni una lingua abitata, porta con sé una musicalità diversa: più distesa, più ariosa, talvolta più riflessiva. Nel passaggio da una lingua all’altra mi è capitato spesso di tradurre un testo in italiano e di sentire il bisogno di “aggiustarlo”, per poi tornare al serbo e rimettere mano anche alla versione originaria. In questo movimento di andata e ritorno, alcune poesie non sono semplicemente state tradotte, ma si sono sviluppate in parallelo, influenzandosi a vicenda. Le due versioni non sono identiche, ma dialogano tra loro: come due stanze dello stesso spazio interiore, in cui cambiano le luci, le ombre, le risonanze, ma il nucleo resta invariato.
Tradursi è stato, in fondo, un altro modo di stare “tra i mondi”.
In che modo la scelta di trasferirti in Italia pensi abbia influenzato la forma e il contenuto della tua espressione artistica, sia in relazione alla poesia che all’arte figurativa?
L’Italia ha inciso profondamente sulla mia forma espressiva, forse più che sui contenuti.
Venendo da una cultura segnata da fratture storiche e interiori, l’incontro con la stratificazione culturale italiana — con la sua attenzione alla forma, alla misura, alla luce — mi ha portata verso una maggiore essenzialità. Nella poesia come nella pittura, il mio lavoro è diventato più silenzioso, più meditativo.
Se prima l’urgenza era dire, oggi l’urgenza è ascoltare. Lasciare spazio al vuoto, alla pausa, alla soglia. L’Italia, con la sua concretezza e il suo ritmo, ha paradossalmente aperto uno spazio interiore più ampio.
In Italia la poesia sembra spesso confinata in un perimetro d’élite, un dialogo tra addetti ai lavori che fatica a raggiungere il grande pubblico. Dall’osservatorio privilegiato della tua doppia appartenenza culturale, credi che questa marginalità sia una ‘condizione inevitabile’ della modernità o vedi margini di manovra per poeti ed editori per riportare la parola poetica al centro della vita sociale?
Credo che la marginalità della poesia oggi non sia una condanna inevitabile, ma una condizione storica che può essere ripensata.
La poesia non compete con la velocità del mondo contemporaneo: la interrompe. E forse per questo viene percepita come “scomoda”.Tuttavia, vedo molti segnali di un bisogno profondo di parola autentica. Quando la poesia riesce a uscire dai circuiti chiusi e a incontrare altri linguaggi — musica, arti visive, performance — torna a essere esperienza condivisa, non esercizio per pochi.
Ne è stato un esempio concreto il lavoro che ho realizzato con il gruppo biVio in occasione della presentazione del libro, ospitata dallo Spazio Gattomerlino. Insieme abbiamo costruito una performance multisensoriale, in cui parola e musica dialogavano come parti di un unico organismo. I musicisti hanno composto atmosfere sonore originali per ciascuno dei cinque capitoli della silloge, accompagnando la lettura poetica e creando uno spazio percettivo condiviso, in cui il pubblico non era solo spettatore, ma parte di un attraversamento emotivo. Esperienze come questa dimostrano che la poesia può tornare a essere viva, incarnata, quando accetta di incontrare altri linguaggi e di abitare lo spazio dell’ascolto collettivo. Questa esperienza è stata possibile anche grazie alla casa editrice Gattomerlino, che ha accolto il progetto con sensibilità e visione, credendo in una poesia capace di uscire dalla pagina e di farsi esperienza viva, attraversabile, condivisa. È in questi incontri tra linguaggi, luoghi e visioni che vedo una possibilità concreta per riportare la parola poetica al centro della vita culturale.
Poeti ed editori hanno ancora margini di manovra, se accettano il rischio dell’ascolto e della contaminazione. La poesia non deve semplificarsi, ma incarnarsi. Tornare a essere luogo di incontro, non di esclusione.
Ivana Babić è nata a Sarajevo, città dove ha trascorso l’infanzia e dove ha iniziato a muovere i primi passi nel mondo dell’arte prima di trasferirsi in Italia. Pittrice, designer e poetessa, vive e lavora da tempo a Milano, conducendo una ricerca espressiva fondata sulla contaminazione tra segno grafico, materia e parola. La sua estetica, influenzata dal rigore del design e dalla metafisica balcanica, tende a una sintesi estrema che spoglia l’opera di ogni residuo cronachistico per indagarne la struttura essenziale.
In ambito letterario ha pubblicato la silloge Tra i mondi (Gattomerlino, 2024), opera di cui ha curato personalmente la versione italiana, declinando i temi della soglia e del transito attraverso un linguaggio di rara precisione concettuale. Le sue opere figurative, spesso legate a doppio filo alla sua produzione poetica, sono state esposte in diverse mostre sia in Italia che all’estero.

