FILOSOFE: 10 donne che hanno ripensato il mondo
(Ponte alle Grazie, 2025).
Nota di Maria Grazia Palazzo

«Trattenere le donne in un’abissale ignoranza era fondamentale per il dominio maschile, poiché la non conoscenza impediva loro di impossessarsi degli strumenti di liberazione. Questa è la più importante delle ragioni che spiegano perché quella che per secoli ha preteso di venire considerata come la regina delle scienze, il sapere dei saperi, ossia la filosofia, sia stata anche e per così a lungo una delle aree della cultura più ostica verso le donne». Così sembra avvertire l’autrice del libro offrendoci un’opera che ha il plusvalore divulgativo di una riflessione collettiva possibile, in un tempo sempre più massificato, appiattito dal mercato populista, sovranista, ignorantone del c.d. pensiero unico. E così commenta Maura Gancitano: «La forza del pensiero di dieci filosofe rivoluzionarie: una pratica incarnata che sfida il canone maschile promettendoci il respiro largo della libertà.»

Rileggere la storia, sembra suggerire la rilettura che Francesca Romana Recchia Luciani opera di vicende e scritti di dieci protagoniste del pensiero filosofico e naturalmente “politico”, come urgenza,  in quanto portatrici di uno stare al mondo che prende corpo dalla vita, e si traduce in un modo originale in parola che libera. Da Lou Salomé a María Zambrano, da Hannah Arendt a Simone de Beauvoir, da Simone Weil a Ágnes Heller, da Carla Lonzi a Audre Lorde, da Silvia Federici a Judith Butler: si viaggia alla scoperta di storie e visioni concrete del mondo. Emergono personalità diverse, vicende sorprendenti, ma tutte con un denominatore comune: il desiderio di mettersi in gioco, di ripensare il mondo, di abitare uno spazio nel ‘sapere dei saperi’ con la propria ‘vita filosofica’ che scorre, correndo più di un rischio, pur di assumere su di sé l’onere della prova del nove.

Perché ad essere dette e viste dall’occhio e dalla mente di una cultura canonizzata, il portato esistenziale e filosofico di queste donne, rischia di essere diluito o incatenato a categorie, già viste e sentite. Il libro sembra andare, a mio avviso, in questa direzione: non perdere la propria libertà di percepire anzitutto se stesse “fuori dal canone” già predisposto da una cultura millenaria, maschilista, gerarchica, occidentale e bianca, mi verrebbe da aggiungere, che ha nella guerra e nelle dinamiche predatorie e colonizzatrici ha il suo mito fondativo e sue propaggini.

La ricca introduzione, già nel suo titolo, Vite filosofiche tra corpo e teoria, indica la scelta metodologica nell’argomentare pasionario della sua autrice, che storicizza i femminismi, presentandoci la vita concreta delle dieci filosofe, valorizzando per ognuna, l’intreccio tra vita e filosofia. Spaziando dall’Ottocento al Novecento, l’autrice marca la crisi del primato del logos, come categoria razionale dell’ontologia del soggetto, e introduce la categoria del pathos, come espressione di un filosofare nuovo. Si tratta di un salto qualitativo di filosofie che esprimono la fatica di vivere con la fatica di pensare, e che mette al centro la soggettività relazionale, invece che un soggetto-sostanza.

Scrive l’autrice: “il libro che avete nelle vostre mani è dedicato alla comparsa sulla scena culturale di donne filosofe, cioè di donne che si dedicano all’esercizio continuo del pensiero, ma anche di rottura epistemica critica”. Le prime pagine sono dedicate proprio a spiegare questo concetto, cioè a quanto importante sia il compito di guardare allo sviluppo del pensiero con occhi nuovi. Compito costruttivo per le storiche e gli storici del pensiero delle generazioni, presenti e future, è ricostruire audacemente una genealogia nascosta e cancellata, ricomporre faticosamente un archivio rimosso. Più che a processi di emancipazione si tratta, dunque, di guardare a processi vitali percorsi, diversamente per ognuna, fino a generare un pensiero originale e pregnante. Nella lettura si torna alla radice esistenziale dei nostri corpi, fisici e sociali, in una rivoluzione del pensiero e del linguaggio, che rifonda gradualmente l’immaginario collettivo sulle donne, oltre ogni logica binaria o dicotomica.

Solo riconoscendo la dimensione sensibile delle nostre vite in relazione, e quindi le parti condizionate, implicate, compromesse, interconnesse da un dettato che ci è stato tramandato, quale eredità culturale patriarcale e androcentrica, nel suo ordine simbolico occidentale, possiamo percorrere vie di liberazione.

Come in una mappa genealogica le dieci autrici scelte, all’interno di una contestualizzazione storico-filosofica, e persino aneddotica, ci conducono al presente. Nella costruzione dell’opera che ha carattere divulgativo ad ogni donna corrisponde un sottotitolo. Loù Salomè (1861-1937) Un incoercibile bisogno di libertà e di vita, Maria Zambrano (1904 -1991) Poesia pensante e pensiero poetante, Hannah Arendt (1906-1975) La pluralità è la “legge della terra”, Simone de Beauvoir (1908- 1986) Una filosofia per la liberazione delle donne, Simone Weil (1909-1943) I doveri verso la creatura umana, Agnes Heller (1929-2019) Una filosofia radicale della vita buona, Carla Lonzi (1931-1982) L’urgenza di una “rivolta femminile”, Audre Lorde (1934- 1992) Una rivoluzione erotica lesbo femminista, Silvia Federici (1942) Dominazione delle donne e dominio del capitale, Judith Butler (1956) Il genere è performativo, il corpo è politico.

Le 10 filosofe, come in una staffetta, “rompono il paradigma della esclusività maschile, di quel dogmatismo imbozzolato che attraverso l’immagine dell’uomo chiamato a rappresentare l’umanità, lo rende non solo soggetto egemonico nelle relazioni di potere, ma solo esponente della ragione.

Con la filosofia di queste grandi pensatrici ci liberiamo tutti da questo esercizio di primazia nel dettare regole, esercitare un dominio illimitato, indiscusso sul mondo.  Anche l’imposizione delle regole grammaticali e lessicali non è che il precipitato di una lettura monolitica, forgiata per modellare il mondo e nominarlo per ammantarlo di universalità.

La loro filosofia è incarnata in un corpo sessuato a cui gli spazi di parola e quindi di potere sono stati interdetti sistematicamente, assegnando al corpo femminile un ruolo esclusivo e irrinunciabile di procreazione, di cura, o di servizio, non di elaborazione di idee, né di potere pubblico. Non si tratta di contrapporre i sessi o gli orientamenti sessuali ma di percepire una evidenza politica che ci rimanda all’orrore della violenza diffusa e spesso non percepita, anche al presente. Si possono ricoprire ruoli strategici ed apicali e riprodurre modelli di potere già visti.

Da Aristotele a Freud, si avverte come il diverso modo di stare al mondo delle donne ha impregnato la realtà pensante e poetante, creativa, privata e pubblica, pubblica e privata, fino a produrre esiti diversi non solo teorici ma di percezione dei canoni di esistenza degli esseri umani che tengono conto della pluralità delle vite singolari. La rivoluzione epistemologica messa in moto da queste donne attraversa il ‘900, in modo unico, non solo perché le donne prendono per la prima volta la parola, ma perché imbracciano gli strumenti della lotta per esercitare quella critica costruttiva e veramente inclusiva che addita alle giovani generazioni la possibilità di scardinare ed emendare alle radici un sistema sociale e sessuale, che ha portato ad esiti drammatici di ingiustizia. Ripensare il mondo, quindi, può significare ridisegnare differenze per declinarle, anzitutto, come ricchezza e possibilità, in termini di dignità e di libertà, dentro un ‘PENSARE ALTRO’, certamente non violento. Il mainstream culturale, purtroppo, ha ancora necessità di essere liberato da falsi paradigmi, ha bisogno di rinunciare ad aggressività belligeranti e a forme totalitarie e dispotiche di poteri che degenerano in deliri di onnipotenza. È necessario, evidentemente, nutrire l’idea di una umanità plurale, con spazi di azione, autodeterminazione, rispetto, comunicazione creativa, generativa di una civiltà e di una spiritualità, di uno sguardo politico che non esclude e non soverchia, ma dialoga e include. Audre Lorde chiude il saggio, con una concentrazione di significazioni femministe, intersezionali evidenti. Se “la poesia è il modo con cui noi contribuiamo a dar nome a ciò che non ha nome” dobbiamo continuare a lottare poeticamente per ripensare il mondo, attraverso la rivoluzione che il linguaggio può operare, per tornare alla voce della madre, della terra, della pace. Filosofia e vita, poesia e vita possono dare forma a un futuro di cambiamento a cui plaudiamo tutti, nella memoria di errori ed orrori che si ripetono per ricostruire, contro ogni turbocapitalismo ed epistemologia della sofferenza, possibilità di una vita “degna di essere vissuta”.

 

 

 

Maria Grazia Palazzo (1968) è nata a Martina Franca, vive a Monopoli da 18 anni, dove si sono rotte le acque della poesia. Ha esercitato la professione di avvocata per oltre vent’anni, da dieci è insegnate precaria. È mamma adottiva. È animatrice culturale e collabora con alcune riviste di cultura poetica. Ha pubblicato: con LietoColle nel 2012, AZIMUTH, con Terra d’Ulivi nel 2017, IN PUNTA DI PIEDI, con I Quaderni del Bardo nel 2018 ANDROMEDA, con La Vita Felice nel 2020, TOTO CORDE, con Collettiva nel 2022 STANZA D’ANIMA.