GIANSALVO PIO FORTUNATO
Filologia del Mugugno/6:
“Prospettive”

Lo scopo iniziale di una Filologia del mugugno era certamente genealogico: di una genealogia dal carattere ermeneutico radicale. Il tentativo ricostruttivo, infatti, era velatamente nitezscheano, dando per assodato (circa 2 anni fa) che una critica radicale sistematica sulla composizione del linguaggio dovesse necessariamente passare per una destrutturazione che arrivasse all’inespresso solo come indirizzo interpretativo. Del tipo: più che focalizzarsi sulla natura essenziale dell’inespresso, è necessario stare nel bel mezzo dell’inespresso dandogli una voce che lo faccia distanziare radicalmente dall’espresso. È questo un gioco interessantissimo e necessario, perché vale enormemente comprendere che la creduta unica esperienza esperibile si valga, in realtà, di una formalizzazione fortemente concentrata, che nasconde un’altra dimensione autenticamente personale.

Ripensare a questo indirizzo di ricerca mi procura, onestamente, un certo sorriso: un sorriso quasi compatente. I primordi di ogni ricerca sono da sempre caratterizzati da un certo stato emulativo e dalla sicurezza di essere giunti ad una soluzione dal carattere assoluto e programmatico. Poi, abbiamo il resto: una ricerca molto più mirata, un complesso di domande molto meno storicistiche e genealogiche, l’espansione analitica del ventre di riflessione. Ed è questo il grande passo. È questo il grande punto di vista. Di un grande – sia chiaro – non autoreferenziale o mono-comparante. Di un grande inteso, piuttosto, nei vincoli dell’esperienza di posizione e di presa riflessiva personale.

Difficilmente, a mio parere, una vita di domande e di ricerche trova delle svolte radicali: quasi delle fulminazioni. Perché difficilmente si è disarmati. Difficilmente si è inabili del disporre la propria alba a fronte di un’alba che si dispone da sé. Fatto, questo, che potrebbe aprire ad una certa interpretazione metafisica: quanto di più lontano da me e dalla mia attuale posizione di senso.

È questo fraintendimento che, probabilmente, ha determinato in me una svolta radicale. Si giunge in un tempo specifico in cui non è più importante formulare delle risposte e delle risposte che siano convincenti. Si giunge in un tempo specifico in cui, invece, la ricerca dell’oggetto di domanda e la formulazione della stessa domanda sono tanto più decisive della risposta. Perché si assiste ormai, per nostra fortuna, al pieno coglimento di una dimensione inter-soggettiva che non radicalizza più alcuna espansione di tipo cognitivo: un intelletto dinamicamente immobile estende la sua zona di comprensione (nei termini di un’annessione territoriale o categoriale) ad oggetti da comprendere (nello stesso senso della comprensione) nella loro natura essenziale. Si pone, piuttosto, nella duplice attitudine del costruente e del costruito o, in termini più analitici (questo aggettivo divenuto per me realtà e dannazione), del determinante dal lato dei due agenti (il soggetto non più soggetto e l’oggetto non più oggetto).

È così, in fondo, che si arriva al passaggio verso la domanda, a cui prima facevo riferimento. Dinanzi ad un intelletto che comprende, si tratta di sviluppare una tattica di conquista e di espansione, che radicalizza uno specifico punto di vista. Dinanzi ad una co-determinazione si tratta, invece, di venire a patti con la fluidità di una co-formulazione, in cui il soggetto ponente pone in virtù delle sue esperienze e non semplicemente in virtù dell’oggetto posto e l’oggetto posto, per se stesso, non ha alcuna sicurezza e non ha alcuna possibilità d’essere posto totalmente per se stesso, avendo però il vantaggio di caratterizzare il modo con cui il soggetto lo pone. La partita, allora, si gioca nello scheletro della ricerca: non già nel prodotto. La partita, allora, si gioca attorno al già semplice indirizzo di ricerca e attorno al motivo di semplice attrazione ed attenzione rispetto ad uno specifico oggetto con le correlate domande di/sulla selezione a fronte di tanti altri oggetti di ricerca.

 

 

 

Quando fu proposto in redazione il nome Perspectives per questa sezione di rivista fui particolarmente entusiasta, ritenendo che, soprattutto in poesia, un lavoro di prospettiva fosse uno dei doni di ricerca più grandi per un autentico avanzamento dell’argomentazione critica attorno alla poesia; per una meta-poesia autentica. E quando parlo di prospettiva certamente non faccio riferimento alla prospettiva rinascimentale, che è artificio: faccio, piuttosto, riferimento, all’essere uno di quei palazzi che compongono il dislocamento graduale verso il punto di fuga. La prospettiva rinascimentale, infatti, parte da un presupposto tanto epistemologico, quanto ontologico, abbastanza stazionario e facile da argomentare: in una realtà unilateralmente costituita, la limitatezza dell’occhio umano diventa il modo che assolutizza la realtà conosciuta. Perché i pittori rinascimentali non volevano di certo mostrare il mondo in prospettiva. Puntavano, piuttosto, a rendere la natura per se stessa: la natura nella realistica resa fenomenica, che non era tuttavia riconosciuta come realtà fenomenica ma come realtà assoluta. I miei primi tentativi in Filologia del mugugno avevano questo obiettivo: stare nel fenomenico della parola poetica ed interessarmi allo strutturare i già contenuti della riflessione fenomenica, non ammettendone lo scheletro ombratile/fenomenico. Dando, insomma, come valorialmente costituente il punto di fuga.

La prospettiva, adesso, credo si ponga nell’incrinatura di quei palazzi e nel difetto dell’occhio. Evidenziando una zona argomentativa ed analitica negativa: fin dove la poesia può spingersi? quali componenti non meramente significative la compongono? quanta corporeità determina la poesia? dove termina il silenzio poetico e dove inizia la prima voce? quanto e come connota la poesia?

Entrare in questo meccanismo interrogativo implica, naturalmente, fare il bene della poesia. La poesia come chiave ermeneutica lascia, talvolta, dei vuoti di indagine, essendo troppo legata ai parametri epistemologici di una visuale contenutistica del mondo poetico. Così come l’azione teorizzatrice meta-poetica crea serpentine allusive non risolutive, che scagliano nel dilemma più ampio possibile: come può la poesia fissare se stessa? La fluida ragione, dunque, coglie la poesia per se stessa: ne accetta il mondo e la tematizza.

O spera di farlo…