ENRICO PIETRANGELI, “Morte vestita da fanciulla”
(Fusibilia Libri, Roma 2025)
Nota di Lorenzo Pompeo

Dopo diversi anni di silenzio, Enrico Pietrangeli torna alla poesia con Morte vestita da fanciulla (FusibiliaLibri, Roma 2025, pp. 63), una smilza ma densa raccolta di versi nei quali l’autore, a suo rischio e pericolo, sceglie di confrontarsi con un tema “scomodo”, che la società dei consumi e dell’intelligenza artificiale vorrebbe confinato e relegato esclusivamente nel privato, per evitare di distogliere il consumatore dal suo “sacrosanto” dovere. Un rischio calcolato, poiché sul piatto della bilancia Enrico può gettare un certo numero di anni di perigliosa navigazione nell’oceano della vita e delle lettere.

Il titolo della raccolta in questione è il portale d’ingresso a un complesso palinsesto di risonanze artistiche e filosofiche, che spazia dal romanticismo viennese alla cruda ontologia contemporanea. L’opera si presenta come un sapiente, e talvolta irriverente, riordino delle mappe della tradizione occidentale sul tema della caducità.

L’ordito concettuale del libro, esibendo due distinte figure della Morte, trova importanti risonanze nella musica. Vi si odono gli echi del Quartetto per archi D. 810 di Franz Schubert (Der Tod und das Mädchen – “la morte e la fanciulla”), dove il celeberrimo Presto finale (il ritmo di tarantella) diviene in Pietrangeli la traduzione sonora dell’Angoscia esistenziale. Non è un ballo di gioia, ma una corsa affannosa che anticipa la fine. A controbilanciare il dramma schubertiano subentrano gli echi dell’ironia grottesca della Danse macabre di Camille Saint-Saëns (Op. 40). La Morte qui non è più consolatrice, ma un cinico musicista che picchia il tempo sulle ossa (lo xilofono). Questo riferimento avalla l’idea del “vestito”: la morte è una maschera, una performance. Il poeta, con un sorrisetto da connaisseur, suggerisce che l’ineluttabile può essere anche una burla grandiosa da smascherare.

In ambito letterario, l’opera compie un percorso altrettanto ardito, con la poetica che si allinea alla lucidità chirurgica di Patrizia Valduga. Come la poetessa, Pietrangeli ignora l’idealizzazione per concentrarsi sulla concretezza anatomica. Se la poesia di Valduga è spesso una disamina chirurgica del corpo, i versi di Pietrangeli che trasformano una “tibia in obelisco” per lasciare un segno, ne sono la perfetta eco. Non è la morte che abbellisce, ma la sua sostanza che parla. Rifiutando l’eleganza crepuscolare in favore di una schietta, quasi brutale, anatomia, l’opera si distacca elegantemente dal sentimentalismo borghese di Guido Gozzano. Mentre il poeta torinese amava la Morte come charme malinconico, confinandola tra le “buone cose di pessimo gusto”, Pietrangeli strappa il velo di pizzo crepuscolare per affrontare la materia del fine senza la difesa dell’ironia distaccata. In questa disamina, non possiamo evitare di menzionare le ascendenze più remote del Barocco macabro. Sebbene Marino mirasse alla meraviglia retorica con la descrizione iperbolica della decomposizione, Pietrangeli ne recupera l’audacia descrittiva, spogliandola però di ogni ornamento virtuosistico, lasciando la materia nuda al giudizio esistenziale.

A fondamento di questa indagine anatomica, si erge infine il pilastro filosofico dell’esistenzialismo. L’opera si presta a una lettura heideggeriana del concetto di “Essere-per-la-Morte” (Sein zum Tode). Martin Heidegger teorizza che l’esistenza autentica (Dasein) sia strutturalmente definita dalla Morte, che, anticipata attraverso l’angoscia, diviene il cardine che conferisce senso al vivere. Morte vestita da fanciulla compie proprio questo salto ontologico: la figura della Morte, vestita di ingannevole bellezza, è l’urgenza che spinge il poeta a compiere il suo “atto ontologico” in versi. Il rifiuto della Morte ‘inautentica’ si trasforma in una resistenza poetica che, armata della lucidità di Valduga e della tensione di Schubert, cerca di incidere un segno, un monumento (l’obelisco della tibia), proprio là dove il nulla minaccia di dissolvere ogni forma. Pietrangeli non canta la Morte, ma la usa come fondamento strutturale dell’Essere, offrendo al lettore un’erudita, drammatica e piacevolmente macabra mappa per navigare nell’ineluttabile.

 

 

 

Enrico Pietrangeli è un poeta, scrittore e giornalista pubblicista italiano, attivo sulla scena romana della poesia fin dai primi anni Ottanta. Nato e residente a Roma, ha frequentemente soggiornato in città europee come Barcellona, Lione e Amsterdam, e ha svolto attività di volontariato in Senegal.

È autore di diverse raccolte poetiche e di un romanzo d’esordio. Tra le sue opere principali si ricordano la raccolta di poesie Di amore, di morte (Teseo Editore, 2000), le sillogi Ad Istanbul, tra pubbliche intimità (Il Foglio, 2007) e Mezzogiorno dell’animo (CLEUP, 2011), e il romanzo In un tempo andato con biglietto di ritorno (Proposte Editoriali, 2005).

Pietrangeli ha collaborato con diverse riviste e siti letterari. È noto anche per aver ideato e curato rassegne e spettacoli di poesia, e per progetti culturali che univano la poesia al ciclo-viaggio, come Sicilia Poetry Bike e CicloInVersoRoMagna.

Nel 2025 torna alla poesia con la raccolta Morte vestita da fanciulla (FusibiliaLibri).