MAURO FERRARI
“Seracchi e morene” Passigli Editori, 2024
Intervista di Marco Colletti

Ghiaccio e detriti rocciosi, acqua e terra nelle loro forme meno vitali e ospitali ci introducono in un mondo non accogliente, dove tutto può spezzarsi e franare da un momento all’altro. A differenza delle valanghe di neve infatti, i seracchi non hanno bisogno di un cambiamento della temperatura per crollare e ci tendono una costante insidia, come una spada di Damocle il cui crine può spezzarsi del tutto inaspettatamente. Un mondo dunque su cui grava sempre una minaccia che non è solo materiale, ma etica, di giudizio, perché sotto questa costante minaccia la nostra capacità di giudizio è compressa e sottoposta a una mutazione di forma: è il pensiero stesso che muta la sua forma, scardinando ogni categoria critica filosofica, ogni ideologia, ogni credo. Siamo dunque tutti in un mondo sospeso e di sospensione. Trovo l’immagine del titolo di questa opera molto potente, molto ancorata alla Natura. Ha già in sé il senso archetipico dell’uomo che la vuole sfidare, dell’uomo che vuole scalare i ghiacciai e inevitabilmente ne soccomberà. Qui si aprono due indizi: uno è la non quotidianità dell’immagine che la lega alla sfera del sublime e l’altra è la figura di Ulisse, dell’eroe perdente che soccombe a ciò che la maestosità della Natura sottrae all’uomo, delle sue forze ancestrali che sono il limite dell’umana ragione. C’è una Natura inascoltata, che urla il proprio nome al vuoto nella gloria del silenzio: «Ma osserva la morena terminale/ per apprezzare il lento metodico/ lavoro di Shiva: il ghiaccio che sgretola,/ il vento e la pioggia che rodono/ istante su istante/ mentre il muschio appone la firma/ su contratti in bianco/ e millenni nella gloria del silenzio/ vanno lenti in polvere./ (Intanto l’erba preme negli interstizi/ creando un mondo più sopportabile/ e l’umile genziana s’azzarda/ con un eroico lancio di dadi/ a urlare il proprio nome/ al vuoto/ tra passi incuranti/ e il gracchiare di un volo lontano.)», p. 35. E, nel componimento immediatamente successivo, una Natura dantescamente gemente e piangente in un purgatoriale grido alla Vita: «Al sole estivo, nel gelo che martella/ farfalle aggrappate alla vita e marmotte all’erta,/ domina il proprio regno sgomento/ un volteggiare infallibile:/ tempo festivo per i moscerini/ e tutto quanto grida “Vita, vogliamo vita./ Pietà di noi gementi e piangenti”./ (E questa è l’estate, la tregua dall’orrore.)», p. 36. Su questa Natura c’è l’uomo che dà i nomi a tutte le cose, ma non più nel suo compito adamitico di individuare l’essenza di tutte le specie per l’umanità futura, è soltanto un miserabile gesto di attribuzione di apparenze: «Vengono a calpestare i nostri sentieri,/ gli inadatti al sole freddo che ustiona/ e all’aria troppo rada:/ parlano una lingua aliena,/ indicano i fiori e danno nomi,/ fidando nel futuro./ Poi tornano a valle, al riparo,/ pregando i loro dèi invisibili/ e vendicativi, mentre qui noi combattiamo/ sotto i nostri veri nomi, impronunciati,/ a mani nude contro il nulla che avanza/ in armature d’acciaio splendente.» p.44. I veri nomi sono dunque proprio quelli impronunciati nel silenzio che si impone di fronte al nulla che avanza. Allora tutti gli animali evocati dal poeta si rivelano essere maschere pirandelliane del creato, che anelano alla vita, ma soprattutto alla verità. E veniamo dunque agli animali, dai più comuni, anche nei nomi, ai più ricercati, meno popolari, quelli che richiedono una ricerca e dunque ci pongono di fronte alla nostra impossibilità di conoscerla veramente tutta questa Natura nelle sue pieghe metaforiche e scientifiche: farfalle, moscerini, batteri, topolini, ma anche il cavèdano e la poiana, che ricordano gli animali montaliani come l’anguilla, le folaghe, l’upupa. Bestiario montaliano, pascoliano e ferrariano dunque, ma anche la botanica, anzi la florigrafia cioè il linguaggio dei fiori che comunicano, che gridano, come l’aquilegia e la genziana: «Intanto l’erba preme negli interstizi/ creando un mondo più sopportabile/ e l’umile genziana s’azzarda/ con un eroico lancio di dadi/ a urlare il proprio nome/ al vuoto/ tra passi incuranti/ e il gracchiare di un volo lontano.» p.35

Lo stile è colto, classico e attuale, perché si può essere attuali anche senza depredare il linguaggio e soprattutto il senso in fantomatici sperimentalismi, oggi, ma direi da sempre, tanto di moda. Perché un conto è innovare, un conto è stravolgere a casaccio per fare audience e questo appunto oggi è un atteggiamento che coinvolge tutti i linguaggi artistici. Cito: «Passa attraverso me la storia,/ la voce folle di parole/ che ha parlato a folle in estasi,/ follia spargendo a squarciagola.» 29 E subito dopo: «Depongo qui da testimone indecidibile,/ un’ombra che senza sosta ruota intorno all’atomo opaco del vostro male», p.30. Concludo con Infine: «Più buio, adesso, sempre più./ La luce è un sogno: averne,/ in questo labirinto che si attorce/ a un centro irraggiungibile./ C’è stato un varco, tuttavia,/ una chiamata a consacrare l’opera,/ l’impresa bella di raggiungere/ quel nucleo sfolgorante di ragione;/ e lunghi peripli, speranze e perdite./ Ma infine – l’irritante consapevolezza/: non c’è ritorno, non c’è uscita.», p. 36. Dunque, attraverso paesaggi stranianti, detriti, oggetti distrutti e desueti, scivoliamo spaesati in una metafisica dell’interrogazione e mi sovviene la domanda poetica per eccellenza, che dobbiamo appunto a Montale: «Il varco è qui?».

Tu ti poni come il poeta che non asserisce, ma suggerisce, poni il seme delle domande. E l’interrogazione è proprio ciò che il poeta fa e dovrebbe sempre fare allo spirito dell’uomo, il come e il perché della sua coscienza, il come e il perché del suo stare nel mondo. Questa dovrebbe essere l’etica della poesia.

D: Proprio questo aspetto della tua poesia è stato affrontato da vari critici e poeti nella raccolta di saggi con inclusa tua antologia poetica L’etica dello sguardo, a cura di Gianfranco Lauretano, Macabor, 2024. Vorrei che mi parlassi di questo tuo sguardo sul mondo poetico e dello sguardo del mondo poetico, che emerge in questa antologia di saggi, su di te.

R: L’antologia che citi contiene saggi di Giancarlo Pontiggia, Dario Talarico, Gabriela Fantato, Francesco Filia, Elio Grasso, Marco Marangoni, Mario Marchisio, Alessandra Paganardi, Fabio Pusterla e Maria Pia Quintavalla. Sono poeti e critici che hanno saputo dare letture anche molto diverse, e su parti diverse del mio lavoro poetico, ma che sostanzialmente concordano sul punto che è illustrato chiaramente dal titolo: L’etica dello sguardo. Io credo che questo sia un problema centrale: lo sguardo, nella mia poesia, è diretto soprattutto verso l’esterno, come punto di vista sul mondo, e raramente si riflette sull’Io lirico. È una scelta, sia chiaro, che sottende una precisa idea di poetica lontana da quello che avevo etichettato come “minimalismo autobiografico”, che ha i suoi interpreti anche molto bravi, ma in cui non mi riconosco. In sostanza, nel momento attuale, ben sapendo che la poesia dell’Io ha antecedenti più che nobili (in Italia da Petrarca in poi), credo non resti da fare che cercare un territorio di indagine (termine forte, ma preciso) in cui la poesia diventi uno sguardo indagatore sul mondo, in dialogo con la filosofia, certo, ma anche con la scienza e direi tutti i rami del sapere. Certo, dalla poesia non ci si può né deve attendere la formalizzazione del pensiero, la rigidità del dogma o la precisione della scienza (sempre sub iudice, come ci insegna la stessa filosofia della scienza). Ma, proprio per questo, io credo che esista una modalità del “conoscere” il mondo e rapportarlo all’io, che può illuminare un percorso che sta dirigendosi verso la catastrofe. Che è un po’ la direzione verso cui si muove la mia ultima produzione, specie gli inediti. Altrimenti, come ha scritto Carifi, “la poesia è finita”. O almeno resta come sfogo personale, ma al di là di ogni interesse letterario.

D: In Seracchi e Morene dedichi un testo ad Ulisse, p. 26, l’uomo che si dichiarò Nessuno, dunque l’uomo senza nome, di cui «dicono che abbia attraversato il mare/ per una terra in cui qualcuno/ potesse dargli un nome e un luogo». Mi sovviene il tuo «pensarsi liquidi» contrapposto all’etica imperante del «credersi forme solide»: Ulisse sopravvive alla menzogna della guerra attraversando i mari, come se questa sua vita tra i liquidi fosse però oscurata dalla solidità delle sue stesse menzogne, inclusa la sua Penelope, che per lui è ormai diventata un «miraggio» e dunque, essendo la sua meta, l’ennesima e più tragica menzogna. In un mondo di nomi «impronunciati» e di «voce folle di parole», cosa rappresenta Ulisse per te?

R: Negli anni, ho scritto diverse poesie intorno al mito di Ulisse, persino già presente in un poemetto di Forme (1989); mi sono divertito (in modo serissimo) a decostruire la sua figura presentandolo come un poveraccio che fallisce la prova delle scuri (in Il bene della vista), che non desidera altro che un po’ di quiete (Ulisse tornato a casa) o che è fuggito nell’anonimato chiamandosi fuori dal mondo (Ulisse. Dopo la caduta, entrambe in Vedere al buio); inoltre, come allusione, Ulisse è presente in altre poesie, ad esempio sotto forma di un cane che ha seppellito gli ossi in giardino (Cane, In Vedere al buio). Se vogliamo, allargando lo sguardo, l’originario eroe della nostra civiltà è diventato colui che oggi dimostra che gli eroi sono morti – perché la civiltà che li ha prodotti è morta essa stessa.

D: Ne Il libro del male e del bene. Poesie 1990-2006, puntoacapo Editrice, 2016, nella sezione tratta da Al fondo delle cose, 1996, tu contrapponi due scelte di vita, che sono anche scelte di poetica e che soccombono entrambe: l’antitesi tra Francesco Stilita e Proculo, il poeta mondano. Come si è evoluto nel tempo il tuo sguardo su una possibilità di salvezza?

R: Anche qui, c’è un (minimo) elemento di divertissement: ho rispolverato due alter ego, l’uomo che cerca la perfezione spirituale e finisce in preda ai mostri dell’io man mano che sale, tanto da ridiscendere dalla sua stele (da cui il nome) “riempitosi di vuoto”, cioè sconfitto, e l’uomo dei compromessi, il parassita arrampicatore sociale (i pezzi sono stati concepiti nel contesto degli anni Novanta). Entrambi, in modo diverso, hanno barlumi di illuminazione (specie Proculo), ma senza la capacità etica di usarla. “Ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”, insomma: ancora, due “eroi” sconfitti, forse, che dimostrano le aporie della contemporaneità. Il punto chiave è che, negli anni, ho riflettuto molto sul tema della salvezza: il punto di arrivo è la poesia Infine, che riporto qua sotto:

Infine

Più buio, adesso, sempre più.
La luce è un sogno: averne,
in questo labirinto che si attorce
a un centro irraggiungibile.
C’è stato un varco, tuttavia,
una chiamata a consacrare l’opera,
l’impresa bella di raggiungere
quel nucleo sfolgorante di ragione;
e lunghi peripli, speranze e perdite.
Ma infine – l’irritante consapevolezza:
non c’è ritorno, non c’è uscita.

Appunto: il varco (forse le visioni utopiche, le stesse possibilità razionali cui puntava la “civiltà occidentale”) c’è stato, forse, come “chiamata”, ma tutto si è dissolto nella realtà che viviamo oggi: che sarà anche “il migliore degli inferni possibili”, ma anche “il peggiore dei paradisi impossibili”, come dico nella seguente poesia, che anche senza sembrare è puramente allegorica:

Ali: del migliore degli inferni possibili

Ma basterebbe che aprissero le ali
per farmi arretrare d’un balzo
(una fobia di piume ed ali
può assalire ovunque,
sprofondata chissà dove e come,
chissà perché: come questa roccia
che emerge mezzo metro dalla torbiera
alta del Sempione – ma è infissa
come un iceberg, radici abbarbicate
al nucleo fuso della terra,
forse una prominenza della montagna stessa
– sua parte allora ogni ciottolo, prato,
il laghetto e noi pulci della terra).

La madre nuota
in mezzo metro d’acqua verso me
che osservo gli anatroccoli a distanza,
e solo adesso m’accorgo delle remiganti
tagliate nette con precisione –
che tutti restino in quest’eden
di eternità festiva. Lavoro da orologiai,
gli iloti autistici di Dio
che ne preservano il congegno
– tagliatori di teste.
Prigioniere del migliore degli inferni
possibili, il peggiore dei paradisi impossibili,
cibandosi caute da sconosciuti
saliti a questo Ospizio
quasi perfettamente liberi di ridiscendere.

 

TESTI da “Seracchi e morene”, Passigli Editori, 2024:

I

Ma osserva la morena terminale
per apprezzare il lento metodico
lavoro di Shiva: il ghiaccio che sgretola,
il vento e la pioggia che rodono
istante su istante
mentre il muschio appone la firma
su contratti in bianco
e millenni nella gloria del silenzio
vanno lenti in polvere.

(Intanto l’erba preme negli interstizi
creando un mondo più sopportabile
e l’umile genziana s’azzarda
con un eroico lancio di dadi
a urlare il proprio nome
al vuoto

tra passi incuranti
e il gracchiare di un volo lontano.)

 

 Ulteriori notizie di Ulisse

 “Tu lo ricordi il pastore,
Ulisse l’astuto amava definirsi,
guerriero di terza fila
che vantava qualche dio fra gli antenati
– come tutti noi, del resto –
e un regno a cui tornare?
E quelle voci, poi,
da lui create ad arte
di imprese improbabili,
di mostri e lutti atroci?

Ridevamo alle sue storie,
riempiendogli il bicchiere
e dandoci di gomito…
Adesso dicono che abbia attraversato il mare
per una terra in cui qualcuno
potesse dargli un nome e un luogo;
persi i compagni, rimasto solo e nudo
con sogni morti, ed aggrappato
a una menzogna ripetuta all’infinito
– Sono Nessuno, come tutti –
ad ogni passo più vischiosamente vera

mentre lui s’incamminava scalzo
verso il miraggio della sua Penelope.”

 

X

Vengono a calpestare i nostri sentieri,
gli inadatti al sole freddo che ustiona
e all’aria troppo rada:
parlano una lingua aliena,
indicano i fiori e danno nomi,
fidando nel futuro.

Poi tornano a valle, al riparo,
pregando i loro dèi invisibili
e vendicativi, mentre qui noi combattiamo
sotto i nostri veri nomi, impronunciati,
a mani nude contro il nulla che avanza
in armature d’acciaio splendente.

 

Mauro Ferrari (Novi Ligure 1959), direttore di puntoacapo Editrice, in poesia ha pubblicato, da ultimi, Il libro del male e del bene, antologia (puntoacapo 2016); Vedere al buio (ivi 2017); La spira. Poemetto (ivi 2019); Seracchi e morene (Passigli 2024, Prefazione di Giancarlo Pontiggia, Segnalato al Premio Pascoli 2024, Premio Calabria Veneto, secondo al Premio I Murazzi e terzo al Città di Moncalieri, Finalista al Premio Città di Prato). Del 2025 sono la traduzione del poemetto Briggflatts di Basil Bunting (puntoacapo) e il libro di racconti Ora e sempre (Robin). Ha fondato e diretto la rivista La clessidra e l’Almanacco Punto della poesia italiana (puntoacapo); ha pubblicato saggi di critica: Poesia come gesto, 1996, e Civiltà della poesia (puntoacapo 2008). Sul suo lavoro è stato pubblicato il saggio L’etica dello sguardo (Macabor 2024). Collabora con le maggiori riviste letterarie anche online, tra cui Pulp Magazine. È nella Giuria di alcuni Premi ed è Presidente della Biennale italiana di Poesia fra le arti.