ENEA ROVERSI intervistato da Marco Colletti 

Il poeta ENEA ROVERSI intervistato da Marco Colletti (poeta, redattore Formafluens Magazine)

In appendice tre collages e tre testi di Roversi. Marzo 2024

Ho incontrato Enea Roversi in occasione della prima edizione del Premio Letterario dedicato a Nina Maroccolo, per il quale ha vinto il primo premio della sezione poesia con tre testi che fanno parte di una nuova raccolta inedita, e in calce all’intervista pubblichiamo tre poesie tratte dalla sua ultima raccolta Incidenti di percorso (puntoacapo Editrice, 2022). Enea è nato e vive a Bologna. Si occupa di poesia da molti anni, collaborando con diverse realtà. È stato premiato e segnalato in numerosi premi letterari. I suoi testi sono ampiamente pubblicati su antologie, riviste e blog letterari. Le ultime raccolte pubblicate sono: Incroci obbligati (Arcipelago Itaca, 2019), Coleoptera (puntoacapo Editrice, 2020, Premio Città di Acqui Terme 2021) e Incidenti di percorso (puntoacapo Editrice, 2022). Si occupa anche di arti figurative (collages e tecnica mista). Fa parte dello staff del festival Bologna in Lettere fin dalla sua prima edizione. Per una più ampia conoscenza della sua personalità artistica segnaliamo il suo sito ufficiale: www.enearoversi.it e il blog Tragico Alverman.

 

Partendo dall’attenzione di FormafluensInternational Literary Magazine per la storia delle riviste letterarie, vorrei chiederti in che modo l’esperienza con il gruppo Versodove e la rivista Uh! a cavallo tra gli anni ’80 e ’90 hanno influenzato la tua formazione poetica e il tuo modo di scrivere.

– Prima di tutto Marco permettimi di ringraziare te, Tiziana Colusso e la rivista Formafluens per l’opportunità che mi date e per l’attenzione rivolta alla mia scrittura. La tua domanda mi fa tornare indietro nel tempo di un bel po’ di anni: eravamo nel 1989 e a Bologna si viveva un fermento culturale molto interessante. Quell’anno si svolse la prima edizione di una rassegna intitolata Made in Bo che dava spazio a giovani artisti sconosciuti e desiderosi di mettersi in mostra. Vi erano rappresentate varie discipline: poesia, narrativa, arti visive, musica, teatro e così via. Fu in quell’occasione che ebbi modo di conoscere numerose persone e con alcune di loro formammo un gruppo di poeti e poetesse, tutti sotto i trent’anni di età. Io proposi il nome Versodove, che venne poi adottato. Mettemmo in piedi una rivista intitolata Campi magnetici, che aveva un formato originale (un foglio ripiegato in otto parti) e che durò l’effimero spazio di un solo numero. Con altri tre amici dell’epoca nacque invece Uh!, originale esperimento di letteratura umoristica che conteneva brevi racconti, aforismi e cose del genere, ma anche questa ebbe vita breve. Di lì a qualche anno il gruppo Versodove fondò l’omonima rivista (che tra poco festeggerà i trent’anni), ma io ero già uscito da tempo: in pratica ho fatto parte soltanto della parte embrionale del gruppo. Ho comunque un bel ricordo di quel periodo: c’era molta creatività, c’erano molte idee in cantiere e ci si divertiva nel fare le cose. Se quell’esperienza mi abbia influenzato non lo so con certezza, ma credo che mi abbia dato sicuramente degli spunti interessanti per proseguire nei miei tentativi di scrittura.

Per esplorare la tua poetica vorrei partire da un punto di osservazione alternativo e cioè dalla tua produzione come artista visivo. Mi puoi parlare del rapporto tra la tua scrittura e i tuoi collages? Vorrei anche toccare un altro aspetto di questo connubio, cioè la ricezione di questa doppia produzione da parte del pubblico e della critica: in genere uno scrittore che si dedica anche ad altri campi artistici viene visto con sospetto dai suoi colleghi poeti e da un certo accademismo, hai vissuto anche tu questa sensazione o senti che questo pregiudizio sia oggi superato?

– La produzione di collage è un’attività che mi porto dietro da una vita: praticamente i primi esperimenti risalgono a quando avevo dodici anni e tuttora li conservo. Amo lavorare con la carta, con i colori, con il nastro adesivo: mentre faccio i miei collage provo un senso di libertà assoluta che neppure la poesia mi dà. La poesia ha più condizionamenti, credo. Entrambe le attività sono comunque due parti di me che si amalgamano, che si compenetrano. Ho fatto anche (e sto continuando a fare) una serie di esperimenti che uniscono il testo all’immagine: è chiaro che la parola esperimento è riferita a me stesso, in quanto non invento nulla; ci sono grandi artisti in questo senso che lo hanno fatto decenni prima di me e con risultati notevoli. La ricezione, a essere sincero, è alquanto circoscritta: ho avuto modo di esporre i miei collage anni fa, in alcune occasioni, ma principalmente li ho proposti e li propongo sul mio sito personale. Mentre per la poesia ci sono stati riscontri critici, alcuni anche importanti, per l’altra parte creativa di me l’apporto critico è ancora tutto da verificare. Forse dovrei cercare di “vendere meglio” il mio prodotto, ma siccome non considero né la poesia né i collage come dei prodotti, lascio le cose così come stanno. Non è snobismo, per carità: forse è modestia o molto più probabilmente si tratta di indolenza da parte mia. Per rispondere poi alla seconda parte della tua domanda: sinceramente non so se questa doppia attività possa essere vista con sospetto da qualcuno o se possano esserci dei pregiudizi. D’altronde non mi meraviglierei: i pregiudizi sono ancora ben presenti nella nostra società, nonostante viviamo nel ventunesimo secolo e la cosa più triste è che riguardano faccende ben più importanti delle mie poesie o dei miei collage.

– Ritengo che Il peso delle parole sia la chiave per entrare nella tua poetica. Vorrei chiederti di approfondire a partire da questo testo il rapporto tra la nascita della parola poetica e la tua ultima raccolta Incidenti di percorso (puntoacapo Editrice, 2022), in quanto accadimento del dicibile e la sua accidentalità dettata dall’ispirazione puramente interiore o da un’occasione, una rivelazione rinvenuta nella realtà.

– Ti ringrazio per aver citato Il peso delle parole, che reputo uno dei miei testi più importanti e anche uno di quelli che più amo. Lo considero in un certo senso un testo che ha fatto da spartiacque nella mia produzione poetica: è stato scritto al di fuori di qualsiasi raccolta. Nacque da solo e da solo è rimasto, ma da lì in poi qualcosa è cambiato nella mia scrittura. È un testo sul senso dello scrivere e sul peso, appunto, che hanno le parole nei confronti di chi le scrive. Non è un caso unico, perché mi è capitato spesso di scrivere testi isolati, al di fuori di qualsiasi progetto organico, come fossero vere e proprie rivelazioni, per usare un termine da te indicato. Rivelazioni che, nel mio caso, nascono quasi sempre dalla realtà, sia quella che vivo in prima persona, sia quella che mi circonda. So che può apparire alquanto banale come affermazione, ma sono convinto che la poesia non possa mai prescindere dal reale, persino quando tratta argomenti lontani dalla realtà, poiché la poesia è nel tempo in cui si vive. La raccolta Incidenti di percorso nasce appunto dall’esigenza di mettere insieme tutti questi testi isolati: non è l’intenzione di fare un’auto-antologia, ma il desiderio di dare visibilità a una serie di poesie rimaste, per vari motivi, appartate. Il nostro comune amico Plinio Perilli quando ha letto il libro, mi ha detto (bontà sua) che secondo lui è come entrare nel laboratorio o nell’officina del poeta e osservare lo svolgersi e l’evoluzione del lavoro di scrittura. Ma Plinio, si sa, è persona molto generosa.

– Il recupero di testi rimasti nel cassetto per tanti anni ti ha fatto scoprire aspetti linguistici e letterari di te che in passato ritenevi non adeguati e quindi non pronti per una pubblicazione e che ora invece senti di poter accettare e reintegrare nella tua poetica? Hai modificato alcuni di questi testi e, se sì, hai avuto nella rielaborazione un approccio più emotivo o invece dettato dalla più matura e odierna padronanza del testo?

– Mentre preparavo la raccolta ho riletto e ripercorso tutta la mia produzione poetica, a partire dai primi tentativi goffi e alquanto ingenui, che nel cassetto erano e lì sono rimasti. Del resto avevo vent’anni e non tutti a vent’anni sono Rimbaud. Ho riscoperto però, con piacere, alcuni testi scritti a ventun anni che mi hanno fatto dire: «Cavolo, ma a ventun anni scrivevo queste cose?», non nel senso che siano chissà quali capolavori, ma semplicemente perché si staccavano dalla media delle cose che scrivevo all’epoca. C’era, in essi, il tentativo di evolvere lo stile, di arricchire il linguaggio e quindi, per motivi affettivi e non solo, li ho inseriti nel libro. Tra questi, scritti nel lontano 1981, e il testo più recente, scritto nel 2021, intercorrono esattamente quarant’anni: praticamente una vita. La raccolta contiene poesie scritte in vari periodi: in alcuni casi ho operato qualche variazione, ma limitatamente ad alcuni dettagli. Per esempio ho corretto alcune parole laddove mi sembrava ci fossero delle ripetizioni, oppure ho modificato delle spaziature, corretto la punteggiatura: piccole variazioni, insomma, cercando di non stravolgere il senso del testo. I testi poi non sono disposti in ordine cronologico, ma raggruppati in quattro sezioni secondo una mia scelta personale, per cui la lettura è un andare e tornare tra un certo tipo di poesia e un altro, una sorta di saliscendi o di percorso non lineare, se preferisci.

– Tu hai all’interno del tuo sito ufficiale un blog, Tragico Alverman: anche qui una duplicità e un connubio, vorrei che me ne parlassi a partire dalla scelta del titolo.

– Il nome Tragico Alverman è un gioco di parole e deriva da Magico Alverman: chi era costui? Era il personaggio di un telefilm degli anni sessanta: parliamo della televisione in bianco e nero e della TV dei ragazzi. Uno dei programmi preferiti di quel tempo era per l’appunto un telefilm intitolato Gianni e il magico Alverman: la strana storia di Gianni, innamorato della bella Rosita, che un giorno incontra uno strano folletto di nome Alverman che suona il piffero e che diventerà il suo compagno di avventure. Una storia strana e stralunata, di origine fiamminga, che oggi farebbe sorridere, ma che a pensarci bene ha probabilmente anticipato molte storie di genere fantasy che sono state create negli anni a venire. Quando decisi di aprire un blog, volevo un nome che non avesse niente a che fare con la poesia: Tragico Alverman mi sembrava un nome curioso e originale ed è così che l’ho chiamato (ma poi in fondo non c’è sempre qualcosa di tragico nella poesia?). Il blog, esiste dal 2011 e attraverso questo mezzo cerco, senza alcuna presunzione, di divulgare buona letteratura, sia segnalando libri di poesia contemporanea, sia andando a ripescare autori e autrici del passato. La poesia è la principale protagonista del blog, ma nel corso degli anni ho parlato anche di narrativa, di musica, di televisione e altro ancora. Non sono un tuttologo, intendiamoci, né tanto meno un critico: mi piace semplicemente dare qualche indicazione e la cosa più gratificante è quando chi legge mi dice che grazie a Tragico Alverman ha scoperto un determinato autore o ha riscoperto qualcosa del passato che non conosceva.

– Sei membro dell’organizzazione di Bologna in Lettere fin dalla sua prima edizione. Mi puoi parlare di cosa ti ha  spinto a partecipare a questa esperienza e quali cambiamenti  hai notato nel panorama letterario legato a questa manifestazione nel corso degli anni?

– Tutto nacque dalla partecipazione a un premio letterario del 2011 in cui conobbi Enzo Campi. Nello stesso anno Enzo diede vita a Letteratura necessaria, esperienza nella quale coinvolse una serie di persone tra le quali anche me, che realizzò nell’arco di un paio d’anni quasi un centinaio di eventi letterari in tutta Italia. Nel 2013 sempre dalla mente di Enzo nacque l’idea di mettere in piedi un festival letterario e fu così che iniziò Bologna in Lettere, che quest’anno giunge alla dodicesima edizione. La ritengo un’esperienza fondamentale per me, in tutti i sensi, sia sul piano umano che sul piano artistico. Ho avuto modo, grazie a BIL, di conoscere un numero incredibile di autrici e di autori: ascoltare nel corso di tutti questi anni tante proposte poetiche diverse è stato un arricchimento davvero prodigioso e di questo devo essere grato a ogni autrice e a ogni autore. Ho fatto, grazie a BIL, degli incontri importanti per la mia vita: è qui, per esempio, che ho conosciuto l’indimenticabile Nina Maroccolo e il caro Plinio Perilli, con i quali è nata una meravigliosa amicizia. Nei confronti di Enzo Campi avrò sempre poi un enorme senso di gratitudine: lui è un artista vero, un vulcano di idee, un grande organizzatore e un amico generoso. Spero che l’avventura di Bologna in Lettere possa durare ancora a lungo.

Grazie ancora e un caro saluto alle lettrici e ai lettori di Formafluens.

 

 

 TESTI DI ENEA ROVERSI 

 

 

 

 

 

 

incidenti di percorso

 

ai margini di un marciapiede irrisolto

di una foresta pluviale incompleta

a ridosso di una montagna incantata

di un equinozio rumoroso

piove un catalogo di nubi gialle

i visi delle donne hanno rughe nuove

amo vederle con la pelle bagnata

scuotere i capelli nell’uscire

dall’acqua   ed è in quel preciso istante

che ritrovo la tempesta raccolta

in un bicchiere di carta   è in quel

preciso istante che ricordo assai bene

certi tragici amori non corrisposti

che cos’erano in fondo se non

banali incidenti di percorso

piccole macchie da cancellare

fotografie da sminuzzare

tralasciando il malessere oscuro

solo così avverrà la liberazione

non ci saranno inopportuni ricordi

non ne rimarrà nulla    proprio come

una luce all’improvviso spenta

un foglio strappato un ultimo respiro

proprio come un’impronta sulla sabbia

in un giorno afoso di prima estate

 

il peso delle parole

riappare (eccolo) il peso delle parole

ostinato e greve          confuso con

la grammatura della carta

per astratte materie e indivisibili misure

verso distinte e confinanti unità

si riavvolge il labirinto dei pensieri

degli elementi assoluti così

imperfettamente congrui     i solchi

le indelebili macchie fra le righe e gli spazi

poi la coerenza da non dimenticare mai

lo stile cercato nei cassetti e dentro

la polvere dei libri

la fatica della ricognizione   tutto ha un inizio

nulla si conclude qualcosa rimarrà o

magari no   forse soltanto un peso inutile

un debordante avanzo di vuoto

e la scialba consapevolezza che il

tempo sposta le nuvole e

inchioda i sentimenti

alle pareti       per ogni anima perduta

(2018)

 

 

Colori

Ho lasciato cadere per terra il pennello

epilogo malinconico di un’arte mancata

colore che si stempera in una bolla d’aria

tracce di carminio sulle dita secche

come una ferita immaginaria e immaginata.

 

Ho saccheggiato immoti cataclismi

fissandoli su pezzi di cartone

e mi ritrovo così: un triste

collezionista di occasioni perdute

seduto nell’ultimo banco in fondo.

 

Con lo sguardo puntato verso il basso

chiuso in una multiforme monotonia

vedo sbiadire lentamente i colori

conscio della verità scomoda.

 

Un giallo intenso di vento autunnale

perseguita il cammino accidentato

e ora mi fermo a fissare il terreno

piegato in una genuflessione da fariseo

sognando daltoniche visioni.

 

Guardo il pennello caduto e indurito

osservo l’iridescente metamorfosi

i colori stingono sotto la luce naturale

sciabola l’aria dal vetro spalancato.

 

Mi rialzo in piedi pronto a ripartire

verso nuove cromatiche sciagure.

(2006)