PASQUALE VITAGLIANO intervistato da Marco Colletti

D: Non saremmo nulla senza corpo, eppure, nell’alternarsi delle culture e delle mode culturali, sia la sua sopravvalutazione che, all’opposto, la sua smodata spiritualizzazione ne fanno un involucro o nella maggior parte dei casi un congegno di organi che ci trasciniamo addosso per eseguire meri compiti quotidiani di imposta sopravvivenza. È qui che interviene la tua ricerca di ritrovare e riempire di senso i corpi di un’umanità ormai disabitata da se stessa.

R: Credo che il corpo, la sua presenza e centralità nella nostra vita privata e collettiva, segni storicamente la nostra epoca. In forme e significati opposti, qualcosa di identico è accaduto nel Medioevo, che il corpo lo ha rimosso e combattuto. Ricordo che Victor Hugo abbia scritto in Notre Dame de Paris che in quell’epoca ogni pietra era leggibile come un libro. Possiamo parafrasarlo: oggi ogni corpo è un libro. Pensate alla diffusione dei tatuaggi. Infine, c’è la questione dei diritti umani. Sul corpo si stanno combattendo le nostre ultime battaglie civili, pensiamo alle identità sessuali, al fine vita, al transumaneismo. C’è l’urgenza di un Habeas Corpus della post-modernità. Per giunta, la nostra epoca ha tutte le caratteristiche dello stato nascente: il passato non è del tutto tramontato; il nuovo non s’è ancora pienamente delineato. Pericoli e aspettative vanno mano a mano. Cosa c’entra la poesia? Per me la poesia è la lingua di questo nuovo mondo.

D: Mi colpisce l’esigenza di una trilogia, che mi ricorda l’originaria esigenza narrativa eschilea e la ricerca aristotelica della sintesi sillogistica. Dalla spietatezza all’ipotesi di salvezza: mi puoi parlare di questa evoluzione nel corso delle tre opere?

R: Sì, in effetti, sembra che la regola del tre renda la comunicazione efficace. Non vorrei scomodare numerologia e simbolismi filosofico-religiosi. Tuttavia, devo prendere atto che il percorso dialettico, senza alcuna intenzione, ha scandito la riflessione e il processo creativo che hanno portato a queste tre raccolte. Nella prima, Habeas corpus, nel teatro anatomico si muove il corpo sociale. Del fare spietato, invece, esprime con durezza una via crucis laica del corpo privato, del linguaggio stesso e della lingua alla fine di una civiltà. L’apprendistato, infine, rimette a posto le macerie, raccoglie i caduti (e le cadute), dà inizio alla ricostruzione.

 

 

D: Il vento, le cose e il mare: in che ordine le metteresti o comunque come si combinano nella tua poetica?

R: Le cose, senza nostalgie tardonovecentesche, le metterei al primo posto. È una scelta obbligata in quanto delimitano e delineano lo spazio e il tempo della nostra esperienza. Esprimono, proprio per questo, una corporeità che non le aliena, né aliena noi, anzi ci rende più senzienti, come in un film di Ozu. Il vento è elemento ambientale di rottura e di discontinuità lessicale e semantica. Può persino apparire di disturbo, eppure è essenziale a dare il tempo della poesia. Per ultimo metto il mare, il mio elemento naturale. Lo metto alla fine perché la salvezza arriva solo alla fine.

D: La luce in Caravaggio sfiora i personaggi senza salvare nessuno, ma rivela solo un’umanità dolente, volti segnati e imprigionati nelle tenebre dalla violenza della vita. Anche la tua luce non salva, ma rivela. E rivela una risposta che forse non è quella che avremmo voluto.

      Guarda le lucciole sul pascolo
      Sarebbe bello che non fossero lucerne
      Per attendere il turno notturno sereno
      Che più nera di questa nostra mezzanotte
      C’è solo di non farsi trovare pronti
      All’arrivo della risposta che non t’attendevi.

(Apprendistato alla salvezza, p.60)

R: Grazie Marco. Che bell’accostamento. Lusinghiero, eppure reale, intimo. La luce ha una funzione essenziale, ma non salvifica. Del resto, a cosa servirebbe una salvezza incosciente? La poesia è la lingua con cui parla la verità. Questo è il suo statuto esclusivo. Piaccia o non piaccia. Solo questa dimensione la rende unica, indispensabile, insostituibile. Per esempio, la dimensione dell’emozione o del piacere non le sono esclusive. Anzi, in competizione con altre forme espressive avrebbe vita dura. La musica emoziona di più (infatti, quando accompagniamo la poesia con la musica facciamo un’operazione di sofisticazione artistica). Il cinema riesce a darci un piacere completo. Allora, a cosa serve la poesia? Solo alla nostra vanità? La poesia è la luce.

D: In uno scambio di voci tra riviste letterarie, vorrei che mi parlassi dell’esperienza di Menabò.

R: Menabò è un’esperienza molto ambiziosa e coraggiosa. Il coraggio appartiene innanzi tutto al suo editore, Elio Scarciglia e a Terra d’Ulivi. È difficile far vivere a lungo una rivista cartacea. Non solo di questi tempi. Le riviste storiche non sono durate che pochi anni. Ed è ambiziosa perché, appunto, vuole rinnovare la memoria e la tradizione delle riviste nazionali ed europee. Abbiamo il dovere di coltivare il pensiero critico e riaffermare la funzione civile degli intellettuali. Chiaramente, i rischi sono pari alle ambizioni: epigonismo, provincialismo, autoreferenzialità. È una sfida. E va accettata.

 

 

Di seguito, alcuni significativi testi tratti dalle tre raccolte

 

La perdita è il perno di questa teoria

Prima abbiamo cominciato con le persone

Perdite secche nemmeno i nomi ci hanno lasciato

Se non una mota di facce gesti azioni senza più paternità.

 

Poi abbiamo cominciato a perdere idee e concetti

E le parole macere più peste nella testa troppe

Le cose che si fanno quando è una perdita di tempo

La memoria per cui agiamo ora senza preavviso.

 

Alla fine finiamo per perdere le cose che portiamo

Le chiavi come le chiami quelle altre cose gli oggetti

Le cose che non trovi perché te le hanno tolte

E invece le hai lasciate dove sono sempre state.

Del fare spietato, p.23

 

 

Vedo il mare

Sempre dal solito punto

Ogni anno da questo angolo sempre

Dalla stessa posizione

Ho visto addirittura che si scarnifica

Sugli scogli che perdono il muschio marino

Le alghe scompaiono intossicate

E la sabbia lentamente avanza da sotto

Per la gioia dei ragazzi che ho visto neonati

Distesi sotto il sole all’ombra del disagio

Ed io sempre con gli stessi pensieri

Ed io sempre da quella distanza

E lui che alla stessa ora passa e mi saluta

È lui il solito ragazzo che ho visto bambino

È lui che passa e saluta me che sono lui.

Del fare spietato, p.28

 

 

È così difficile 

portare in versi il vento tra i rami degli alberi, 

ma un’idea sì, con una idea si può fare poesia. 

Anche se resta imperfetta, in bianco e nero, 

ancora muta, e senza montaggio. 

Accetto la sfida di essere parola senza voce,

immagine senza movimento, azione senza stacchi di macchina, 

un unico piano sequenza di sillabe. 

È proprio difficile emozionare con la poesia. 

Ma con un’idea sì, con un’idea si può fare poesia. 

E l’idea qui è che non c’è mai la fine, 

e ogni parola non è mai l’ultima ma la prima, 

capace di toccare il polso con il pollice.

Habeas corpus, p.45

 

 

 

 

Ho bussato a tutte le porte

Qui non c’è più nessuno

Salvo i fantasmi dietro le porte

Che spiano furtivi dagli spioncini

Spaventati dal rumore della vita

Ora che s’erano acquietati

Dopo la prova che la parola non cura

Temendo invece la luce

Che quando sopraggiunge

Mostra la reale sostanza delle cose

Le parole scovate sterili

Sono state lasciate sgomente sull’uscio

La luce la luce è la luce.

Apprendistato alla salvezza, p.9

 

 

Non mi sembra vero

Di essere riuscito a fare delle parole

Copie che vibrano e dialogano

Non faccio più pensieri ciechi

Perché finalmente li tengo qui in fila

Ad uno ad uno sul piano della libreria

Faccio attenzione al terrore che è tagliente

Il desiderio è cavo posso posarci i centesimi

Con l’attesa è un problema così ingombrante

La cambio sempre di posto

E gli oggetti che riesco a produrre

Sono diventati quasi più numerosi dei libri

Mi sono fatto persino un lettore alla bisogna

Che mi guarda e mi interroga ma non so cosa dirgli

Sono le parole che cominciano a scarseggiare

Malgrado negli anni ne abbia fatta la spesa di riserva

Più che libri ci vorrebbe un’intera collana di teatro

Ecco con questa potrei farmi la copia

Di una casa di farfalle da appendere

Alla finestra della mia testa.

Apprendistato alla salvezza, p. 25

 

 

Pasquale Vitagliano (Lecce, 1965) è un poeta e critico letterario. Ha scritto per La poesia e lo spirito, Nazione Indiana, Nuovi Argomenti e il Ponte. Collabora con la rivista Incroci, diretta da Raffaele Nigro e Lino Angiuli e La Gazzetta del Mezzogiorno. È capo redattore della rivista Menabò, edita da Terra d’ulivi. Ha pubblicato sette raccolte di poesie. È presente in molte antologie e nell’Atlante dei poeti curato dall’Università di Bologna. Ho incontrato Pasquale in occasione della presentazione della sua raccolta di poesie Apprendistato alla Salvezza (Interno Libri Edizioni), 2022, presso il caffè letterario Il Mangiaparole a Roma, con presentazione di Olivia Balzar e Plinio Perilli. Questa raccolta conclude una trilogia iniziata con Habeas corpus (Editrice ZONA), 2015 e proseguita con Del fare spietato (Arcipelago itaca Edizioni), 2019.

Marco Colletti è poeta e redattore di Formafluens Magazine