GIANSALVO PIO FORTUNATO,
“Inizi di una filologia del mugugno”/ 1

In un principio, non ascrivibile al senso della memoria storica, esisteva un’armonia anti-melodiosa, contratta, a tratti rauca ed a tratti prepotente; un’armonia che può definirsi mugugno. Tale armonia, frutto di una resa logica non modulata in sonorità grafemiche, aveva per presupposto l’archè più dinamico ed anche più squisitamente primordiale che la storia dell’umanità abbia mai ricordato, o meglio, che l’umanità abbia mai sperimentato: la comunicazione.

La memoria, in quanto frutto di una sedimentazione organizzata del vissuto proprio ed altrui, può assumere una connotazione cumulativa; quindi divenire risultante di un tradere, nella sua forma più rigorosamente etimologica possibile. Una simile trasmissione preclude, tuttavia, una memoria ad uso personale: è chiaro ed è ovvio, infatti, che il principio stipante, che risiede nella memoria personale, si ricompone solo nel far fluire, a seguito di caratteristiche comuni tra due esperienze distanziate da un tempo altamente variabile, la logica individuata per il primo momento empirico nel secondo momento empirico, delineando un campo di esistenza mentale per la somma di tutti gli eventi che mostrano una corrispondenza esatta con quel primo evento di cui la mente abbia fatto esperienza. Questo è, quindi, un meccanismo di travaso; non di trasmissione.

Nel caso della storicizzazione, invece, è la trasmissione ad incarnare la fisiologia della memoria. Quando, infatti, l’uomo decide, per ovvie ragioni di sopravvivenza, di mantenere un’usanza, una prassi da riproporre in maniera seriale, è li che scatta l’esigenza di tradurre (stavolta nel suo significato non rigorosamente etimologico) questa abitudine in un’abitudine universale, ossia da insegnare anche alle generazioni successive. Lo stesso criterio educativo nasce, quindi, come imperativo civile e politico, non semplicemente come esempio della benevolenza umana. La pedagogia, dunque l’epurazione del bimbo da uno stato primordiale, altro non è che l’irta e sufficiente strada che incanala quel nuovo nato nel percorso della sua stessa sopravvivenza. Infatti, abitudini perpetuate in serie, che hanno allontanato quanto più possibile e per il maggior numero di persone possibili la morte, sono da ritenersi utili alla sopravvivenza; e nulla preme maggiormente ad un essere umano che la sua sopravvivenza.

Fin da principio, allora, l’uomo ha adottato la comunicazione come forma sinceramente e rigorosamente politica, per cui la necessità biologica di vivere ed esistere quanto più a lungo possibile, ha rappresentato il bene primario per la comunità umana. Anzi, piuttosto, non è erroneo ritenere che la stessa creazione di una comunità – dunque la creazione di una politica – nasca come esigenza unicamente utile alla sopravvivenza. Questo non è un discorso profondamente materialista, né un tema che esula la poesia in quanto tale; anzi è a questi aspetti profondamente collegato. Non è un discorso materialista perché assume il presupposto, almeno ovvio per chi scrive, che nella sopravvivenza dell’uomo si ammetta una sopravvivenza non solo fisica, ma soprattutto identitaria, per cui si riconosce a questi il mezzo più potente di cui un essere possa essere dotato: il pensiero (la ragione che dialoga con se stessa). Se, tuttavia, materialismo implica la denotazione di ciò che è nella realtà – e nella realtà poniamo anche le teorie latenti ma vere, non le semplici astrazioni -, allora mi si dica d’essere materialista, perché ogni forma di falsa metafisica, che ora è divenuto astratto simbolismo (da distinguersi dal simbolismo critico, che è una modulazione dei registri artistici del linguaggio), allontana solo l’uomo dalla naturale e semplice realtà; realtà che risulta cruda semplicemente perché esercizio di violenza rispetto alle bende palliative che ci si è posti come frapposizione.

 

 

(photo) Valentina Ciurleo

Un simile discorso, però, come si unisce alla poesia? La poesia nasce, infatti, anzitutto come una forma di comunicazione; una comunicazione strettamente correlata alla necessità, per cui espressione di ciò che è e non può essere nulla in nessun altro modo. Tuttavia, la poesia è una comunicazione stilizzata, utile perché mantenuta nel gioco della sopravvivenza, ma comunque frutto di una modulazione attenta e vigorosa, che va ben oltre il sentiero del semplice trasferire un pensiero elaborato nella spontaneità. Una simile spontaneità risiede nel mugugno, che ha la capacità di articolare in maniera personalissima, per tal motivo unica, la propria interiorità. Si badi che per interiorità non si delinea una sfera altamente moralistica; si intende solo la risultante dell’oscurità che risiede in ciascuno di noi: l’unica frazione umana non comunicabile perché garante di una perpetua e profonda soggettività, da qui oscura.

Eppure si può parlare di un mondo anche nel mugugno, di un mondo anche nella non articolazione vigorosa della parola. Se, infatti, quel mondo non fosse sopravvissuto per il tempo necessario ad elaborare l’esigenza di una lingua, noi adesso non avremmo in alcun modo parlato del fenomeno ultimo: il mondo linguistico.

Varrà la pena, allora, tracciare negli articoli che seguiranno una filologia del mugugno, quindi una ricostruzione, seppur a posteriori, che destruttura il linguaggio, lo conduce al ventre primigenio e, da esso, ricuce lo stesso linguaggio al fine di elaborarne una fisiologia sana. Da questa fisiologia, proseguendo con ordine, sarà possibile salire la china gerarchica del linguaggio fino ad arrivare alla sua espressione più ampia: la poesia.

 

Giansalvo Pio Fortunato è poeta e redattore di formafluens Magazine